Strikers migranti e lo sciopero del lavoro migrante

facchino

Nonostante la crisi abbia reso sempre più feroce il ricatto del legame tra soggiorno e lavoro, i migranti sono stati protagonisti negli ultimi anni di alcune delle esperienze più rilevanti di sciopero, in particolare nel settore della logistica. Queste importanti esperienze, come quelle di lotta contro la legge Bossi-Fini e il legame tra soggiorno, lavoro e reddito, hanno però incontrato significative difficoltà nel tentativo di generalizzarsi, tanto oltre la loro dimensione di “categoria” quanto nei confronti di altri pezzi di società.
Siamo probabilmente di fronte a una cesura che attraversa i comportamenti soggettivi del lavoro migrante e che segna anche la fine di quel quadro politico, sindacale e di movimento, che fino al decennio precedente è riuscito a garantire una qualche continuità al movimento dei migranti e antirazzista contro la Legge Bossi-Fini. Contemporaneamente, si sta consolidando un nuovo governo umanitario delle migrazioni che, su scala europea, produce una differenziazione interna tra migranti e rifugiati e così rafforza le dinamiche di sfruttamento e innesca nuove modalità di accumulazione di ricchezza sulle loro spalle.
Di fronte a queste dinamiche, è necessario sperimentare nuove forme di lotta e organizzazione politica del lavoro migrante in connessione con i soggetti della precarietà nel suo complesso.
Da questo punto di vista l’esperienza dello sciopero del primo marzo continua a offrire degli spunti interessanti. Non si tratta di replicare un evento che è stato il frutto di una convergenza di forze non riproducibile a tavolino, ma di mettere a valore alcuni elementi che lo hanno attraversato: i migranti hanno fornito il primo esempio di uno sciopero dichiarato e riuscito non solo al di fuori e contro le gerarchie sindacali, ma innovando profondamente le modalità di costruzione di uno sciopero. Si è trattato di uno sciopero sociale e politico perché ha mobilitato lavoratori dei settori più diversi, ma anche perché è stato lo sciopero di un pezzo di società in grado di mettere in discussione le sue gerarchie interne. Esso ha innescato un potente immaginario politico che ha continuato a produrre soggettivazione ben al di là dei suoi più immediati tempi organizzativi, come gli scioperi nella logistica o le lotte nelle campagne del sud Italia hanno dimostrato.
Riprendere l’esperienza della giornata senza di noi non ha l’obiettivo di riportarla a nuova vita. Si tratta al contrario di raccoglierne la suggestione e di tradurla al tempo presente, pensando il problema dell’organizzazione e dello sciopero di fronte alla moltiplicazione di nuove e sempre più eterogenee figure del lavoro tra le quali, tuttavia, il lavoro migrante continua a conservare una sua specificità.
Uno degli obiettivi principali del ws sarà quello di formulare e discutere possibili campagne che guardino alla specificità del lavoro migrante ma al contempo si pongano l’obiettivo di rompere la “settorializzazione” con cui solitamente si guarda a esso dentro al lavoro nel suo complesso. Se con il Jobs act e le riforme del lavoro e dei sistemi di welfare su scala europea la precarizzazione di tutto il lavoro giunge a compiersi definitivamente, il relativo impoverimento delle condizioni di vita che ne deriva, tanto in termini di reddito quanto di salario, rende di fatto impossibile per gran parte dei migranti rinnovare i permessi di soggiorno e quindi regolarizzare la propria permanenza. Di fronte a questo inasprimento di condizioni la sola rivendicazione di salario, reddito e welfare, sebbene europei, rischia di fare salva una delle principali differenze sulla quale si regge lo sfruttamento. Per questo pensiamo che affianco a queste importanti campagne sia necessario avanzare la richiesta di un “permesso minimo di soggiorno di almeno due anni” al di là della presenza o durata del contratto di lavoro e del livello di reddito percepito.

Related Articles