Strike Meeting, II atto Roma 13/14/15 febbraio

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Tra i “regali” di Natale del governo Renzi, spiccano i primi due decreti attuativi del Jobs Act ‒ quello relativo al contratto a tutele crescenti e all’eliminazione dell’articolo 18, quello relativo al NASpI ‒ e la riforma del regime dei minimi per partite Iva e freelance. La furia riformatrice ha confermato quanto denunciammo già nel mese di settembre, durante lo Strike Meeting: dietro la retorica dello “scambio”, tra vecchie e nuovi diritti, l’intenzione di colpire tutti, nessuno escluso, lavoro stabile e precario, autonomo e subordinato, studenti e disoccupati.

Nell’anno appena trascorso, almeno in Italia, l’offensiva neoliberale sul lavoro e le sue regole ha raggiunto una violenza e un’intensità senza precedenti. E già il 2015 si apre con l’attacco al pubblico impiego. Flessibilità in uscita e «occupabilità»: è questa la “coppia” consacrata dai decreti attutivi approvati il 24 dicembre (!), che si accompagna alla liberalizzazione della precarietà senza causale, alla dequalificazione del contratto di apprendistato, all’accanimento fiscale contro le partite Iva che svolgono lavoro intellettuale/comunicativo, alle poche briciole, come da programma, per l’estensione universale degli ammortizzatori sociali (a discapito, tra l’altro, del finanziamento dei contratti di solidarietà). Con la piena flessibilità in uscita del pubblico impiego, il cerchio si chiude e l’Italia entra in una nuova epoca.

Sarebbe miope e sbagliato non cogliere il carattere quanto meno europeo del processo riformistico che ha investito l’Italia negli ultimi mesi. È evidente che la «svalutazione interna» (ovvero salariale) ha colpito prevalentemente i PIIGS, è altrettanto vero che il mercato del lavoro europeo tende a omogeneizzarsi, almeno per una generazione. Minijobs (leggi sotto-occupazione), politiche attive e apprendimento duale, da questo punto di vista, sono esempi emblematici e nuova regola. Qualora gli investimenti produttivi, spinti da un ancora incerto Quantitative easing della BCE, dovessero ripartire, lo farebbero all’interno di uno scenario – dei rapporti tra capitale e lavoro, dei diritti, delle condizioni salariali, ecc. ‒ radicalmente mutato: come dire, la crisi ha fatto bene il suo mestiere. Non stupisce che in Italia anche le previsioni economiche più ottimistiche parlino, per il 2015, di una jobless recovery: dovrebbe fermarsi – ripetiamo, dovrebbe – la recessione senza che la disoccupazione diminuisca, anzi.

Nel pieno dell’offensiva renziana, durante e dopo l’approvazione del DL Poletti, ha preso avvio il processo dello Strike Meeting. Sui caratteri innovativi del processo abbiamo già insistito in questi mesi, sarebbe ridondante tornarci. Vale la pena, però, insistere sul successo dello Sciopero sociale del 14 novembre. Non solo i numeri, che pure sono stati poderosi, ma anche l’estensione spaziale (oltre 45 città coinvolte) e temporale (24 ore); soprattutto, il protagonismo di una coalizione sociale ampia, fatta di precari, studenti, disoccupati, sindacati conflittuali, comitati in difesa dei beni comuni e molto altro. Coalizione che, nel superamento della tradizionale forma dello sciopero, è stata in grado di innovarne le pratiche, esibendo l’estensione dello sfruttamento oltre il luogo di lavoro, dalla formazione alla riproduzione, dalle forme di vita alle relazioni sociali. Nulla più di un inizio, indubbiamente, ma un inizio che ha lasciato il segno.

Lo ha già ribadito l’affollata assemblea nazionale dei Laboratori dello Sciopero sociale, che si è svolta a Napoli lo scorso 30 novembre: il successo del #14N impone una ricerca politica, organizzativa, linguistica per molti versi inedita. Ben avviata nell’autunno, ma ancora tutta da svolgere. È evidente, infatti, che il percorso espansivo e indipendente contro le politiche di precarizzazione ‒ che si articolano non solo con il Jobs Act e la regolazione neoliberale del mercato del lavoro, ma anche con la messa a valore della vita tutta ‒ e quel processo di sindacalizzazione diffusa cui si è fatto riferimento negli scorsi mesi, anche e soprattutto dal punto di vista della sperimentazione pratica, devono essere approfonditi e sviluppati. Altrettanto vero che l’estensione europea dello sciopero, solo evocata con le azioni di Parigi e Berlino, deve essere ancora del tutto conquistata. Della questione, tra l’altro, si è discusso in modo produttivo tanto a Francoforte, durante il Blockupy Festival (21/22/23 novembre), che a metà dicembre a Lisbona, nel Forum sulla precarietà e la disoccupazione organizzato da Precários Inflexíveis.

 Rilanciamo e articoliamo dunque, in sintonia con la discussione napoletana, il II atto dello Strike Meeting, che proponiamo per il 13/14/15 febbraio, e da tenersi a Roma. Sarà una grande occasione di ricerca comune attorno a 3 assi principali:

Primo asse ‒ Il processo dello Sciopero sociale: le forme dell’azione e la sindacalizzazione diffusa;

Secondo asse ‒ Campagne e vertenze comuni;

Terzo asse ‒ Estensione europea del Social Strike.

Al primo asse vorremmo dedicare la plenaria iniziale, affinché il tema, tanto delicato quanto decisivo, possa essere affrontato e discusso da tutt* e con un tempo ampio.

Il secondo asse, seconda giornata, sarà articolato in workshop. Indichiamo tra i temi: il salario minimo europeo in alternativa a sotto-occupazione e freejob (verso il Primo maggio milanese: contro i meccanismi di sfruttamento sperimentati da Expo2015, si gioca una partita fondamentale nell’articolazione di pratiche di lotta che guardano a forme di Sciopero sociale e di nuova sindacalizzazione); reddito di base e welfare contro il business della disoccupazione giovanile (per riprendere la campagna “Garantiamoci il futuro”); l’universo della formazione, dal conflitto sulla “Buona scuola” all’organizzazione del precariato della ricerca; beni comuni e contrasto allo Sblocca Italia; quale resistenza per i freelance, vessati da gestione separata dell’INPS e riforma del regime dei minimi; “un giorno senza di noi”, come costruire lo sciopero del lavoro migrante e, nello stesso tempo, opporsi radicalmente al business dell’accoglienza; produzione e messa al lavoro dei generi, come riprendere e dare consistenza alle tematiche sollevate dal Gender Strike. Questo asse, chiaramente, può essere arricchito dalle proposte di tutt* coloro che vogliono organizzare workshop su ulteriori vertenze/campagne comuni.

Il terzo asse sarà invece dedicato all’Europa, al confronto diretto tra reti, gruppi, soggetti sindacali che vogliono provare a costruire il processo continentale del Social Strike. Anche in questo caso, così come nella prima giornata, si tratterà di una plenaria, e si svolgerà rigorosamente in lingua inglese.

Con il 14 novembre una nuova coalizione sociale ha cominciato a occupare la scena, mettendo in campo pratiche di lotta e forme di relazione che hanno fatto e possono fare la differenza. Un atto di resistenza importante, seppur parziale, contro i diktat della Troika, i poteri finanziari e le corporation globali. Ora si tratta di dare gambe a questa coalizione, di trasformarla in pratica organizzativa quotidiana, contro la precarietà, la disoccupazione, la distruzione di scuola e università pubbliche, la devastazione ambientale e le privatizzazioni. Ora si tratta di superare i confini nazionali e battersi contro le politiche neoliberali di Bruxelles e Francoforte.

 Laboratori dello Sciopero sociale

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