#3D: contro la violenza del Jobs Act, le lotte non si fermano!

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Quando venerdì 28 novembre abbiamo appreso il calendario ufficiale del Senato, dunque l’accelerazione rispetto alla definitiva approvazione del Jobs Act, sapevamo che la sfida sarebbe stata difficilissima. Giustamente, abbiamo deciso di osare. Lunedì 1 dicembre, al seguito della bella assemblea napoletana del 30 novembre, e nonostante il completo oscuramento mediatico riservato al Disegno di legge delega più discusso degli ultimi mesi, abbiamo lanciato l’appuntamento: tutte e tutti sotto il Senato il 3 dicembre, per dire no, con forza, al Jobs Act.

Ieri (3 Dicembre), mentre in migliaia ci seguivano solidali sui Social Network e azioni di protesta si svolgevano a Bologna, Milano e Torino, in centinaia sotto il Senato ci siamo stati, abbiamo gridato la nostra indignazione, in una città assediata dalla forze dell’ordine. Un dispiegamento folle, scomposto, violento, che ha caricato e fermato precari, studenti, disoccupati, lavoratori e attivisti del sindacalismo conflittuale, a mani nude e a volto scoperto. Se alcune centinaia di persone “impongono” un’iniziativa poliziesca così smisurata, evidentemente lo sciopero sociale del 14 novembre ha colpito nel segno, il consenso per il Governo e, soprattutto, quello per Renzi si stanno effettivamente sciogliendo come neve al sole. Questo è uno dei dati più significativi: le mobilitazioni di questi mesi, nelle piazze e in rete, hanno ribaltato completamente la comunicazione renziana. Nel giorno dell’approvazione del Jobs Act nessuno crede più alla favola della riforma “a favore di giovani e precari”. Soprattutto non ci credono i precari!

Botte nelle strade, a via delle Botteghe Oscure, dove il corteo per circa un’ora è stato preso in ostaggio; approvazione a mezzo di fiducia in Senato. Che il Jobs Act venisse approvato – ricorrendo nuovamente alla fiducia, nonostante si tratti di Disegno di legge delega praticamente in bianco – era cosa su cui si addensavano pochi dubbi. Che nel Paese ci fosse un sussulto, una voce discordante, nonostante l’assedio mediatico, politico e poliziesco, era invece cosa meno scontata. Aver rotto il silenzio è stato il nostro merito più significativo!

Di certo non ci fermeremo, e i manganelli non ci fanno paura. Ieri hanno militarizzato Roma, sperando di farci accettare in silenzio, ogni giorno, la precarietà. Il segnale lanciato il 14 novembre, e ribadito nelle piazze ieri, è però diverso: non accettiamo ricatti, abbiamo deciso di organizzarci per farci sentire dove e quando serve, dentro e fuori i posti di lavoro. A maggior ragione oggi, scoprendo che il riformatore neoliberale del mercato del lavoro, il ministro Giuliano Poletti, da presidente della Legacoop amava trascorrere il suo tempo con Salvatore Buzzi, presidente della Cooperativa “29 giugno” (1.200 posti di lavoro, 60 milioni di fatturato), numero due di Carminati e della cupola romana che gestiva, secondo le indagini della Procura di Roma, l’intreccio tra appalti, terzo settore, business dell’accoglienza, malavita, usura e molto altro. Non solo ci opporremo ai Decreti attuativi del Jobs Act, ma la nostra mobilitazione contro lavoro servile, sotto-pagato, gratuito, ricattato, comincerà a gridare in modo chiaro: “la vostra corruzione è la nostra precarietà”! Ancora: “Poletti dimettiti”!

Laboratori dello Sciopero sociale

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